Non basta cambiare la politica, bisogna cambiare la società.

by Antonio Bruno on 23 novembre 2011

in Politica

In Campania dobbiamo dismettere un abito mentale del fare politico.

Non passa un giorno che, sui giornali, in televisione e sui media in generale, esponenti politici nazionali si prodighino a favore del rinnovamento della Politica.  E’ davvero raro però scorgere nelle parole dei “rinnovatori” i modi, i tempi e soprattutto le finalità di questo insolito altruismo politico, soprattutto se consideriamo che in molti casi sono gli attuali detentori del “potere” all’interno dei partiti a intestarsi l’istanza del cambiamento della politica.  Un tratto comune a molti presunti rinnovatori è l’oggetto del rinnovamento: la sostituzione dell’attuale classe politica.  La mia idea di rinnovamento invece non mira a sostituire le persone, ma a dismettere un abito mentale del fare politico. Mi chiedo se sia possibile declinare questo modello di rinnovamento nel partito democratico campano. Molti democratici campani concordano sulla necessità di un cambio generazionale – non di linea – all’interno del partito, ma allo stesso tempo sono impegnati a preservare il loro potere di condizionamento sui giovani che propongono come volti nuovi. Ecco, i giovani non si propongono, sono proposti. In sordina, quasi senza un minimo d’indignazione, sta passando l’idea che rinnovamento significhi successione ereditaria nel ruolo di politico. Un rinnovamento nella continuità. Un esempio? La segreteria regionale del Pd. Giovani, bravi, ma senza coraggio. Il loro margine d’azione è limitato.  Agli amici di via Generale Orsini consiglierei di confutare la massima di Umberto Saba  secondo cui: Gli italiani non sono parricidi; sono fratricidi. Vogliono darsi al padre, ed avere da lui, in cambio, il permesso di uccidere gli altri fratelli”. Una simile confutazione sul piano politico richiederebbe un’elevata dose di autonomia intellettuale ed economica, una valida proposta e il necessario coraggio di prendere in mano le redini del proprio futuro.

Invero, non ho alcun timore nell’affermare che ancora oggi il PD campano è impaludato in quelle contrapposizioni d’apparato che hanno giovato all’ascesa di un demagogo, facitore del nulla politico, che prende il nome di De Magistris. Ma è bene sottolineare che il problema non è il Sindaco di Napoli – la sua ascesa politica è figlia del dramma del Pd napoletano – né il Presidente della Giunta regionale Stefano Caldoro, altro bersaglio preferito da molti democratici campani. Il problema siamo noi. Avvitati in una visione manichea e tendenziosa della società, abbiamo costruito la nostra debole proposta politica basandoci su una fotografia della società che non corrisponde alla realtà. La società non è fatta in compartimenti stagni, i bisogni sono trasversali e un Partito deve parlare a tutti, non solo al suo elettorato “storico”, sempre più minoritario. Se noi parliamo solo all’operaio ci ostiniamo a non considerare che tanto si può parlare agli operai perché ci sono degli imprenditori. 

La società e quindi i nostri elettori o potenziali tali, non è composta solo dagli iscritti alla Cgil o dai dipendenti pubblici. C’è un mondo fatto di piccoli e medi imprenditori, di partite Iva, di professionisti e di lavoratori autonomi che non è rappresentato dal Pd.  Quest’elettorato perché dovrebbe votarci?  Non si può fare politica definendo il contesto attraverso le categorie dei “buoni e dei cattivi”. Anche l’atteggiamento che abbiamo nei confronti dei nostri avversari è miope. La validità di una proposta politica deve essere necessariamente valutata nel merito, superando quell’atavica diffidenza che alberga nel nostro partito verso chi la pensa diversamente da noi.

Per declinare il rinnovamento in un’ottica sostanziale basterebbe spostare l’attenzione dagli interpreti della politica ai contenuti da affrontare. Per esempio: si fa molta retorica sul Partito radicato sul territorio, come se bastasse avere un circolo e volantinare proposte calate da Roma per interpretare le criticità e le ambizioni di un territorio. Ci interroghiamo mai sulla qualità della domanda politica nei nostri territori? Chiedo al lettore se sia mistificatorio sostenere che, oggi, la politica sul territorio si limiti, fondamentalmente, a un rapporto privatistico tra cittadino e politico, e dunque a una trattativa che ha per oggetto interessi personali che, evidentemente, confliggono con gli interessi della collettività. Possiamo credere in un rinnovamento dei quadri senza una radicale trasformazione del rapporto tra società e politica? Concedetemi uno slogan dal sapore populistico ma in cui traluce la mia idea di politica: non basta cambiare la politica, bisogna cambiare la società. Educare al libero agire del popolo significa, tra le altre cose, formare una classe politica contraddistinta da competenza e tensione ideale. Una classe politica che vuole davvero rinnovarsi non può fare a meno di parlare il linguaggio della verità, abbandonando per sempre gli infingimenti che hanno caratterizzato la nostra azione politica negli anni. Non c’è nessuna superiorità morale da rivendicare. Quale credibilità può avere un partito se si limita a parlare degli avversari o continua a praticare l’antico tafazzismo degli scontri interni? Scontri, per giunta, che non attengono a una visione della politica differente, ma ad un attributo della Politica: il potere e il consolidamento di esso. Potere per il potere, nulla più.

Un serio partito riformista dovrebbe invece confrontarsi con i propri avversari politici e sfidarli sul piano del governo, dovrebbe pre-vedere scenari politici e creare le condizioni per recuperare quel consenso  perso nel corso degli ultimi anni. Le differenze tra gli schieramenti non bisogna urlarle perché si manifestano e sono pienamente riconoscibili dagli elettori soltanto quando ci sono diversità politiche e di metodo.

Se qualcuno sente il bisogno di urlare la propria diversità, forse vuol dire che gli elettori non l’hanno percepita.  Perché poi, visione politica, rinnovamento e capacità di governo per essere davvero apprezzate dagli elettori necessitano di una qualità che i rappresentanti politici devo avere: la credibilità. Su questo punto non serve urlare, basta guardare le macerie che ci siamo lasciati alle spalle. Lo hanno già fatto gli elettori.

Antonio Bruno

 

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